Analisi di Bilancio
Il bilancio di esercizio è un modello di rappresentazione della realtà aziendale. Esso si compone di due prospetti contabili (stato patrimoniale e conto economico) e di una nota esplicativa destinata a far capire i valori dei prospetti contabili (nota integrativa).
I soggetti che redigono il bilancio secondo le regole Ias/Ifrs presentano anche il rendiconto finanziario che è il prospetto che evidenzia il risultato dell’analisi per flussi.
I dati del bilancio possono essere letti per capire la realtà aziendale o possono essere variamente elaborati al fine di esaminare aspetti particolarmente rilevanti di gestione mediante opportune rielaborazioni dei dati e confronti di vario genere con altri bilanci della stessa azienda o di altre.
L’analisi del Bilancio, con lo scopo di cogliere le inefficienze strutturali dell’azienda e porvi immediato rimedio, canalizzando le decisioni imprenditoriali di gestione verso le vie tracciate dai risultati dell’analisi, va eseguita per la sopravvivenza stessa dell’impresa sul mercato, o quantomeno per impedire la drastica riduzione degli attuali margini di profitto e di quote competitive.
Usciranno invece inevitabilmente fuori dal mercato le aziende guidate da imprenditori che, per incapacità, non hanno saputo cogliere e superare le patologie aziendali immediatamente dopo il loro verificarsi, adeguandosi anche all’evoluzione del sistema economico, non hanno saputo cioè indirizzare le proprie scelte di gestione sui criteri dettati da un’attenta analisi di Bilancio. In sostanza, gli imprenditori devono migliorare la loro azienda non per gli altri, ma soprattutto per se stessi.
Gli obiettivi delle analisi
Le analisi possono tendere ad accertare diversi aspetti della gestione, aspetti che sono comunque fra loro interconnessi e comunicanti. Si hanno quindi analisi reddituali, analisi finanziarie e analisi patrimoniali.
La distinzione, che non è mai assoluta, riguarda gli aspetti fondamentali della gestione aziendale.
La gestione dell’azienda, concepita come sistema istituito e gestito dall’uomo per il soddisfacimento in modo diretto o indiretto dei suoi bisogni, si presenta suddivisa in quattro fasi, fra loro collegate, e che consistono:
- nell’acquisizione dei mezzi finanziari (finanziamento) per la copertura del fabbisogno di mezzi per la gestione dell’azienda;
- nell’impiego dei mezzi finanziari per l’acquisizione dei fattori produttivi durevoli e non durevoli (investimento);
- nell’attuazione dei processi della trasformazione dei fattori produttivi in prodotti (produzione economico-tecnica);
- e nella vendita dei prodotti (disinvestimento) al fine di ottenere i mezzi finanziari da immettere nuovamente nel ciclo indicato.
La gestione, che si esplicita delle predette fasi,che devono essere fra loro coordinate, deve tendere a realizzare l’equilibrio, che può essere di tre tipi:
- equilibrio economico, che fa riferimento ai costi, ai ricavi e al reddito, e che consiste nella capacità dell’azienda di remunerare tutti i fattori produttivi,compreso il capitale apportato dal titolare o dai soci, senza alterare l’equilibrio finanziario. In altri termini l’equilibrio economico si ha quando i ricavi superano i costi di un importo che rappresenta almeno il reddito atteso dagli azionisti o soci o dal titolare;
- equilibrio finanziario, inteso quale capacità dell’azienda di far fronte ai propri impegni finanziari con i mezzi provenienti dal capitale proprio, dai finanziamenti e dai ricavi, senza pregiudicare gli altri equilibri.
Quando si fa riferimento alle operazioni aziendali intese come fonti (acquisizione di mezzi finanziari) ed impieghi (investimento degli stessi), si ha il vero e proprio aspetto finanziario,mentre quando si fa riferimento ai trasferimenti di mezzi monetari di pagamento (incassi e pagamenti), si ha l’aspetto monetario;
- equilibrio patrimoniale, inteso come il risultato finale dei due equilibri in precedenza indicati, e quindi come la capacità dell’azienda di conservare e migliorare l’aspetto patrimoniale.
Le analisi si denominano reddituali o economiche se tendono ad accertare l’equilibrio economico o certi suoi aspetti; sono finanziarie se tendono ad accertare l’equilibrio patrimoniale o aspetti particolari dello stesso.
I tre aspetti della realtà aziendale sono concatenati e non del tutto scindibili, e pertanto, anche i tre tipi di analisi sono non sempre facilmente distinguibili.
Gestione economica, gestione patrimoniale e gestione finanziaria sono tre aspetti inscindibili dell’unica realtà d’impresa, nella quale le disponibilità finanziarie che provengono dalle fonti di finanziamento sono investite in attività patrimoniali (capitale fisso o capitale circolante) necessarie per sviluppare il processo produttivo e distributivo dei prodotti al fine di pervenire, attraverso la contrapposizione dei ricavi e dei costi, al conseguimento del profitto.
Difficoltà di ordine finanziario riducono la possibilità di effettuare investimenti e quindi le stesse prospettive reddituali dell’azienda. Difficoltà di ordine economico possono portare a difficoltà di ordine finanziario e ad alternare gli equilibri patrimoniali. Una buona redditività consente una politica di sviluppo senza alterare la situazione finanziaria.
Spesso la distinzione fra i vari aspetti della gestione è di tipo temporale. Infatti, costi e ricavi procedono a una velocità diversa rispetto ai flussi finanziari (l’acquisto di un’immobilizzazione tecnica può comportare un flusso finanziario in uscita immediato,mentre il costo si ripartisce fra le serie di esercizi interessati all’impiego dell’immobilizzazione). Ma anche i flussi finanziari procedono a velocità diversa, a seconda che si riferiscano al sorgere dei crediti e dei debiti o invece alle entrate e uscite di cassa. Come si nota l’esame dei vari aspetti della gestione è importante per conoscere le conseguenze delle singole operazioni sui vari equilibri aziendali.
Le aziende non possono fermarsi al solo esame dell’aspetto economico della gestione ma devono attentamente valutare anche l’aspetto finanziario e quello monetario, il che significa che non devono solo considerare la fattibilità economica dei programmi (che cosa fare), ma anche i tempi di realizzazione dei vari progetti (quando fare).
I vari aspetti in cui la gestione può manifestarsi impongono di effettuare le analisi relative a tali aspetti, ma l’unitarietà della gestione porta a evidenziare che le analisi integrano sovente le differenti specie, perciò i vari aspetti sono spesso difficilmente separabili.
RICLASSIFICAZIONE DEL BILANCIO
Come abbiamo detto il Bilancio ha l’importante funzione di fornire informazioni sull’azienda.
Il primo passo da fare, ai fini della valutazione per indici e per flussi della situazione economica, finanziaria e patrimoniale dell’azienda, è quello di procedere innanzitutto ad una riclassificazione del Bilancio. Questa operazione consiste nell’aggregare e raggruppare i molteplici valori del Bilancio per interpretare meglio l’andamento dell’impresa.
Detto questo veniamo alla parte tecnica, indicando il modo di rielaborare i due prospetti del Bilancio: Situazione Patrimoniale e Conto Economico.
Riclassificazione Stato Patrimoniale
(metodo finanziario)
| Situazione patrimoniale al 31.12.2… | ||||
| Attivo | Passivo | |||
| Immobilizzazioni: materiali immateriali finanziarie crediti > 12 mesi |
ATTIVO FISSO (AF) | Cap. Sociale (CS) |
PATRIMONIO NETTO | |
| Magazzino e rimanenze | SCORTE (S) (disponibilità) |
ATTIVO CIRCOLANTE (AC) | Mutui passivi Deb >12 mesi Fondi per rischi ed oneri Fondo imposte |
PASSIVO CONSOLIDATO (PL) |
| Crediti entro 12 mesi Ratei e risconti attivi Titolo a reddito fisso |
LIQUIDITA’ DIFFERITA (Ld) | |||
| Depositi e cassa |
LIQUIDITA’ IMMEDIATA (Li) | Debiti entro 12 mesi Ratei e risconti passivi |
PASSIVO CORRENTE | |
| TOTALE ATTIVITA’ (A) | TOTALE PASSIVITA’ (P) | |||
Il criterio di riclassificazione elenca le voci in attivo in ordine di liquidità crescente e quelle in passivo in ordine di esigibilità crescente.
Le attività sono divise in due grandi tronconi: Attivo fisso, in cui vanno tutte le immobilizzazioni, e attivo circolante, diviso a sua volta in: scorte, crediti (liquidità differita) e liquidità (immediata).
Le passività sono distinte in voci del patrimonio netto o capitale proprio (sono i finanziamenti interni), passività consolidate (sono tutti i debiti oltre l’anno) e passività correnti (sono i debiti con scadenze entro l’anno). I debiti consolidati e correnti rappresentano insieme i finanziamenti di fonte esterna (da terzi), che chiameremo Capitale di Credito (CC).
Il totale delle attività è sostenuto dai finanziamenti ottenuti ossia dalle fonti di finanziamento rappresentate dal passivo dello SP. Esse possono essere rappresentate dalla gestione (autofinanziamento), dai soci (aumento capitale ecc.) o i terzi (fonti di debito). Per avere un equilibrio le fonti di finanziamento devono corrispondere (chiaramente non nel senso matematico ma ragionevolmente) per durata agli impieghi.
La riclassificazione del conto economico
Considerazioni generali sulla riclassificazione del conto economico
La riclassificazione del conto economico può essere fatta secondo diversi criteri, a seconda dei risultati informativi che si vogliono ottenere.
La riclassificazione del conto economico è sempre fatta utilizzando la forma progressiva, per evidenziare i risultati intermedi che interessano l’analisi. I risultati che possono essere evidenziati con le varie rielaborazioni, e il cui significato sarà esplicitato di seguito, sono i seguenti:
- utile lordo
- valore aggiunto (in sigla VA);
- margine operativo lordo (in sigla MOL o EBITDA);
- reddito operativo (in sigla RO), denominato anche MON (margine operativo netto) o EBIT;
- risultato della gestione atipica;
- risultato della gestione finanziaria;
- risultato ordinario prima delle imposte (in sigla ROAI);
- risultato della gestione straordinaria;
- reddito prima delle imposte (in sigla RAI);
- reddito netto (in sigla RN).
Per le analisi di bilancio si utilizza una delle seguenti configurazioni di conto economico, tenendo presente che le diverse configurazioni dipendono dalle modalità di raggruppamento delle varie voci relative ai costi e ai ricavi:
- a costo del venduto e ricavi;
- a margine di contribuzione;
- a valore aggiunto e a margine operativo lordo (MOL o EBITDA);
- a zone o aree gestionali;
- a valore e costi della produzione.
Si tratterà dapprima dello schema legale previsto dall’art. 2425 codice civile, che è l’ultimo indicato, per poi passare a esaminare le altre possibili configurazioni di conto economico studiate dalla dottrina e utilizzate dalla prassi. Per ciascuna si evidenzierà il particolare carattere informativo.
Si prenderanno, infine, in considerazione gli schemi previsti dallo Iasb. Il valore informativo è rappresentato dalla caratteristica dei risultati parziali messi in evidenzia grazie ai diversi raggruppamento di voci.
Tutti gli schemi di riclassificazione hanno in comune il principio fondamentale della separazione tra gestione caratteristica (detta tipica) e extracaratteristica. Da segnalare che la riclassificazione a valore della produzione e a valore aggiunto è quello più utilizzato poiché più rispondente al criterio di classificazione per natura delle poste dettato dal codice civile.
La riclassificazione del conto economico dell’art. 2425 codice civile
Lo schema legale del Conto Economico è quello rappresentato dall’art. 2425 cc.
Nello scema, al valore della produzione rappresentato dai ricavi dell’attività ordinaria, dalle capitalizzazioni per costruzioni interne e dalla variazione delle scorte dei prodotti, semilavorati, prodotti in corso di fabbricazione e servizi in corso di esecuzione, si contrappongono tutti i costi della produzione. Restano esclusi gli oneri e i proventi finanziari, quelli tributari, i proventi e gli oneri straordinari. Si ottiene così un risultato parziale che si avvicina al reddito operativo.
Non si tratta di reddito operativo per la presenza di alcuni costi e di alcuni ricavi la cui natura non è molto chiara (accolti in due voci a carattere residuale) e della svalutazione delle immobilizzazioni immateriali e materiali (compresa nei costi della produzione), che è da considerare al di fuori del concetto di reddito operativo.
Si hanno poi i proventi e gli oneri finanziari, le rettifiche di valore di attività finanziarie, i proventi e gli oneri straordinari e, infine, le imposte.
Si tratta quindi di un conto economico che richiede qualche elaborazione (soprattutto per determinare il reddito operativo) prima di poter essere impiegato per le analisi.
Anche per il conto economico si riassumono nella figura 2.11 i collegamenti fra il conto economico dell’art. 2425 (l’unico liberamente disponibile per l’analista esterno del bilancio) e il conto economico per l’analisi.
Collegamenti fra il conto economico dell’art. 2425 c.c. e quello da utilizzare per l’analisi
+ Risultato della gestione caratteristica o reddito operativo (RO o EBIT)
A Valore della produzione (voci da 1 a 5)
- B Costi della produzione (voci da 6 a 14)
+/- Risultato della gestione finanziaria
C Proventi e oneri finanziari (voci 15,16,17 e 17 bis)
D Rettifiche di valore di attività finanziarie (voci 18 e 19)
= Risultato della gestione ordinaria
+/- Risultato della gestione straordinaria
E Proventi e oneri straordinari (voci 20 e 21)
= Utile prima delle imposte
- Gestione tributaria
22 Imposte sul reddito dell’esercizio
= Utile netto di esercizio
Sovente si determina un reddito operativo “rettificato” tenendo conto degli oneri finanziari impliciti nel costo degli acquisti, oneri che vengono quindi aggiunti al risultato operativo e considerati componenti negativi del risultato della gestione finanziaria. Analogamente si procede per gli interessi attivi impliciti nei ricavi di vendita. Si ricorda che la forma più corretta di conto economico da utilizzare ai fini delle analisi prevede la deduzione distinta delle imposte sul risultato ordinario e su quello straordinario.
Conto economico a valore aggiunto e a margine operativo lordo
Questo modello, oltre ad essere il più utilizzato per la riclassificazione del CE, è quello che utilizzeremo per la nostra analisi.
Il conto economico a valore aggiunto e a margine operativo lordo (MOL) è una configurazione, di recente impiego, molto utile per evidenziare la creazione di ricchezza da parte dell’azienda (valore aggiunto) e per collegare gli aspetti economici con quelli finanziari del conto economico.
Il margine operativo lordo è, infatti, il risultato economico operativo espresso in termini finanziari e quindi, in sostanza, l’autofinanziamento della gestione caratteristica.
Il MOL è considerato un dato importante soprattutto nelle trattative sindacali, perché è un dato non influenzato da quelle che sono state spesso definite politiche di bilancio, connesse con gli ammortamenti,e con gli accantonamenti ai fondi spese e rischi futuri. E’, infatti, un risultato intermedio il cui solo elemento non oggettivo è rappresentato dalla valutazione delle scorte.
Esso può essere ricostruito anche sulla base del conto economico di cui all’art. 2425 codice civile.
Riclassificazione Conto Economico a valore aggiunto
| CONTO ECONOMICO A VALORE AGGIUNTO |
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| Ricavi netti |
| (+) Altri ricavi |
| (+/-) variazione rimanenze di prodotti finiti |
| (+) Costi capitalizzati |
| A) Produzione dell'esercizio |
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| (-) Acquisti di merce |
| (-) Acquisti di servizi |
| (-) Godimento beni di terzi (affitti/leasing) |
| (-) Oneri diversi di gestione |
| (+/-) variazione di rimanenze di materie prime |
| B) Costi della produzione |
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| VALORE AGGIUNTO (A+B) |
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| (-) Salari, stipendi e contributi |
| (-) Accantonamento al TFR |
| (-) altri costi del personale |
| C) Costo del lavoro |
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| MARGINE OPERATIVO LORDO (A+B+C) = EBITDA |
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| (-) Accantonamenti al FSC |
| (-) Altri Accantonamenti |
| (-) Ammortamento beni materiali |
| (-) Ammortamento beni immateriali |
| D) Accantonamenti e ammortamenti |
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| RISULTATO OPERATIVO NETTO (A+B+C+D) = EBIT |
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| (-) Oneri finanziari |
| (+) Proventi finanziari |
| E) Saldo gestione finanziaria |
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| REDDITO CORRENTE |
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| (-) Oneri straordinari |
| (+) Proventi straordinari |
| F) Saldo gestione straordinaria |
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| RISULTATO PRIMA DELLE IMPOSTE |
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| (-) Imposte e tasse |
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| G) Oneri tributari |
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| RISULTATO NETTO |
La forma scalare del Conto Economico ha il grande vantaggio di fornire alcuni risultati intermedi, molto interessanti per comprendere l’andamento dell’impresa. In particolare la complessa gestione è divisa in tre aree:
1. Gestione caratteristica (relativa all’attività tipica dell’azienda)
2. Gestione finanziaria (relativa agli interessi sui capitali dati e presi in prestito)
3. Gestione straordinaria (relativa alle operazioni una tantum, non rientranti nella normale attività imprenditoriale, come per esempio l’alienazione di cespiti)
I risultati intermedi riferiti a questi tre grandi settori danno informazioni importantissime, perché permettono di scomporre il risultato finale (utile o perdita) nelle sue componenti principali e individuare quindi l’area sulla quale eventualmente intervenire.
Inoltre, nella gestione caratteristica, è evidenziato un altro interessante risultato intermedio, che è il margine lordo, con il quale si quantifica il dato grezzo del ricarico sulle vendite, ottenuto dalla differenza tra fatturato e costo del venduto (costo del venduto = esistenze iniziali + acquisti – rimanenze finali).
Una volta effettuata la riclassificazione del bilancio secondo i metodi ampiamente descritti (tengo a precisare ancora una volta che quelli trattati in questa sede sono solo alcuni dei tanti metodi di riclassificazione disponibili ma che secondo la nostra personalissima opinione sono quelli più rispondente alle nostre esigenze, oltre che i più usati) si può procedere a effettuare l’analisi vera e propria mediante tre tecniche:
§ analisi per margini;
§ analisi per indici;
§ analisi per flussi
Iniziando con l’analisi per indici è d’obbligo una prima e rilevante precisazione. Gli indici, di qualsiasi natura essi siano, esprimono un dato che è fondamentale per interpretare l’andamento dell’impresa, ma che è comunque riferito ad un certo momento. Per avere maggiore attendibilità dagli indici calcolati sui Bilanci riclassificati è opportuno rilevarli, quando possibile, almeno su tre anni consecutivi (cioè sugli ultimi tre Bilanci), in modo d’osservare non la fotografia dell’impresa in un certo istante, bensì il suo andamento nel tempo e verificare di conseguenza il trend (ascendente o discendente) della grandezza che si sta misurando utilizzando quel particolare indice.
Gli indici economici misurano la redditività dell’azienda, intesa come capacità di realizzare in futuro reddito positivo (utile). Sono economici quegli indici che hanno, almeno al numeratore o al denominatore, un valore economico (cioè una voce desunta dal Conto Economico).
Elenchiamo di seguito gli indici di redditività (economici), fornendo nel contempo esempi e brevi spiegazioni degli stessi.
· Il ROE esprime la redditività del capitale di rischio dell’imprenditore.
ROE = RN/PN = risultato netto d’esercizio (utile netto) /patrimonio netto (con esclusione da esso dell’utile destinato alla distribuzione)
Il ROE indica il rendimento del capitale investito dai soci o dall’imprenditore. In altre parole, è la sintesi dell’interesse maturato, per effetto della gestione, sui mezzi propri investiti in azienda. Un'impresa, per poter attrarre nuovo capitale di rischio, dovrebbe fornire un ROE superiore ai tassi di rendimenti di investimenti alternativi. In ogni caso il ROE di una impresa non dovrebbe mai essere inferiore al tasso garantito per investimenti senza rischio. Al di sotto di tale limite, infatti, non sarebbe remunerato in modo congruo il rischio dei risparmiatori azionisti. Per essere più precisi il PN dovrebbe essere calcolato come media tra il valore iniziale e quello finale. In caso di perdita, il ROE è negativo. Questo significa che lo squilibrio economico è così grave da erodere i mezzi propri.
Se vogliamo approfondire ulteriormente possiamo arrivare al calcolo del così detto ROE Lordo che non è altro, al numeratore, che il reddito prima delle imposte. Così facendo il rendimento non viene influenzato da politiche economiche dello Stato e in particolar modo da evidenze di natura fiscale.
Cash flow/Patrimonio netto: è dato dal rapporto tra cash flow (utile + ammortamenti + accantonamenti) e patrimonio netto. Esprime la redditività del capitale proprio in termini di cash flow. Cioè quante unità di cash flow produce l'impresa per ogni 100 unità di mezzi propri investiti. L'utilità di questo indice sta nel fatto che riesce a colmare un limite cui va incontro l'impiego del ROE. Tale limite è rappresentato dalla politica di ammortamento adottata dalla società. Infatti, le imprese che adottano politiche di ammortamento anticipato, politiche di ammortamento aggressive, fanno registrare un utile più basso rispetto alle imprese che adottano politiche di ammortamento opposte. Ciò osservato, per liberare il ROE dagli effetti delle politiche di ammortamento e accantonamento è sufficiente sommare all'utile netto l'ammontare degli ammortamenti ed accantonamenti.
Risultato operativo/Patrimonio netto: è dato dal rapporto tra risultato operativo e patrimonio netto. Esprime la redditività del capitale proprio in termini di risultato operativo. Cioè quante unità di risultato operativo produce l'impresa per ogni 100 unità di mezzi propri investiti. Anche questo indice è finalizzato a colmare un altro limite del ROE. Infatti l'utile della società spesso viene influenzato (in alcuni casi manipolato) da fattori che ne condizionano il significato. Per questo motivo tale valore deve essere eventualmente rettificato o aggiustato da tali fattori. L'utile rettificato non è disponibile all'interno del bilancio ma va calcolato. Il calcolo è frutto di una scelta dell'analista che porterà in aumento dell'utile tutte le poste di natura straordinaria e/o anomale, che egli riterrà opportune. Se per esempio la società analizzata ha beneficiato, nel corso dell'esercizio, di una agevolazione fiscale non riconosciuta ad altre compagnie concorrenti (per favorire l'occupazione o per un salvataggio statale), oppure ha venduto un bene ottenendo una forte plusvalenza, otterrà un utile sensibilmente diverso da quello normale di settore. Nel nostro caso, per sterilizzare l'utile da tali effetti lo abbiamo depurato da tutte le componenti extracaratteristiche.
Valore della produzione/Patrimonio netto: è dato dal rapporto tra valore della produzione e patrimonio netto. Esprime la redditività del capitale proprio in termini di valore della produzione. Cioè quante unità di valore della produzione produce l'impresa per ogni 100 unità di mezzi propri investiti. Questo indicatore si rivela utilissimo quando si analizzano imprese in fase di start up dove il valore della produzione è spesso l'unica posta positiva del conto economico.
· Molto più interessante per capire l’andamento dell’impresa è il ROI, cioè la redditività di tutto il capitale investito (quindi anche quello preso a prestito).
ROI = RO/A = risultato operativo/totale attività (rettificato)
Il ROI ci dice la redditività della gestione caratteristica (che è il cuore di qualsiasi impresa) riferita alla dimensione aziendale (rappresentata da tutto il capitale investito, anche quindi dal capitale di terzi preso a prestito). Il totale attività è dato da tutti gli investimenti necessari per lo svolgimento dell’attività tipica. Per tale motivo bisogna escludere, ad esempio, gli investimenti temporanei di liquidità e gli immobili non necessari all’attività (tipo quelli concessi in fitto temporaneamente). Tutto ciò fa capire come il calcolo del ROI sia influenzato soprattutto dalla nozione che diamo al concetto di capitale investito o totale attività. Concretamente e per essere il più precisi possibili secondo i più illustri autori il totale attività è composto dalla somma di: PN, obbligazioni, obbligazioni convertibili, deb. v/banche oltre 12 mesi, deb. v/altri finanziatori oltre 12 mesi, deb. Finanziari v/gruppo oltre 12 mesi, deb. v/banche entro 12 mesi, deb. v/altri finanziatori entro 12 mesi, obbligazioni a lungo, obbligazioni convertibili a lungo, altri deb. Finanziari entro 12 mesi e deb. Finanziari v/imprese entro 12 mesi. Per la sua importanza, il ROI è giustamente considerato il “termometro” della capacità reddituale aziendale.
· ROA = RO/Tot. Attivo
Il ROA sintetizza l’economicità della gestione economica caratteristica prescindendo dalle modalità di finanziamento e dal sistema fiscale adottato. Chiaramente è influenzato dalla realizzazione di nuovi investimenti e dal grado di ammortamento. Infatti, le società che realizzano investimenti per conseguire ricavi futuri hanno un ROA inferiore rispetto ad aziende che hanno lo stesso reddito operativo ma non realizzano nuovi investimenti.
· Costo del denaro per l’azienda
L’indebitamento dell’azienda è costituito sia da fonti di terzi onerose (mutui passivi, obbligazioni ecc.) sia da fonti non onerose (deb. v/fornitori ecc.).
ROD = oneri finanziari/media(PC + PF)
· Fra il ROE ed il ROI esiste un’interessante relazione, chiamata leverage o leva finanziaria.
ROE = ROI + (ROI – costo del capitale di credito) x (capitale di credito/patrimonio netto)
dove: costo del capitale di credito = oneri finanziari/capitale di credito
La suddetta formula si legge così: la differenza fra il ROI ed il costo del capitale di credito subisce un effetto moltiplicatore in ragione del rapporto (di leva finanziaria) tra capitale di credito e capitale proprio. Per cui se il ROI è maggiore del costo del capitale di credito, il valore positivo, ampliato dal moltiplicatore, si aggiunge al ROI e determina un ROE numericamente più grande del ROI. Se, invece, il costo del capitale di credito supera il ROI, avremo un valore negativo che, una volta ampliato dal moltiplicatore, si sottrae dal ROI e definisce quindi un ROE più basso del ROI. E’ inoltre opportuno notare come, nell’auspicabile caso di valore positivo della differenza ROI – costo del capitale di credito, l’effetto moltiplicatore premia chi ha osato di più, cioè le imprese che hanno un rapporto tra mezzi di terzi (finanziamenti ricevuti) e mezzi propri (patrimonio netto) nettamente sbilanciato a favore dell’indebitamento verso l’esterno. Viceversa, nel malaugurato caso di un gap negativo tra ROI e costo del capitale di credito, l’effetto moltiplicatore attenua il danno alle imprese che si sono comportate più prudentemente, cioè che hanno limitato l’acquisizione di finanziamenti da terzi per utilizzare maggiormente i capitali di provenienza interna.
· L’indice ROI può essere facilmente scomposto in due altri importanti indici, infatti:
ROI = RO/A = RO/V x V/A cioè risultato operativo/vendite x vendite/totale attività.
Vediamo di capire questi due nuovi indici cominciando dal primo.
ROS = RO/V = risultato operativo/vendite
Il ROS è l’indice che identifica la redditività delle vendite, ossia quanta parte del risultato della gestione caratteristica scaturisce dal volume delle vendite effettuate. Per esempio i grandi distributori al dettaglio (supermercati, ipermercati, etc.) avranno un ROS relativamente basso, perché il loro alto volume di vendite non è capace di generare molta redditività. Al contrario, attività imprenditoriali basate su alti ricarichi sui prodotti avranno un ROS elevato, perché l’esiguità delle vendite è contrapposta ad una redditività rilevante. E’ il caso delle attività artigianali e di alcune attività commerciali come i bar ed i negozi d’abbigliamento.
· La seconda componente nata dalla costola del ROI è la Rotazione del capitale investito.
Rotazione del capitale investito = V/A = vendite/totale attività
Questo indice ci dà una misura della capacità di vendere dell’impresa considerata, rapportando il dato delle vendite alla dimensione aziendale espressa dal totale del capitale investivo (totale attività).
· In altre parole, l’indice appena visto risponde alla domanda “quanto vende l’impresa analizzata”, non in valore assoluto, ma relativamente alla dimensione aziendale. Può essere utile però vedere a quale parte del capitale investito è da attribuirsi una performance o una debacle dell’indice in questione. A tale scopo possiamo dividere in due nuovi indici la rotazione del capitale investito. Il primo di essi è il seguente:
Rotazione del capitale fisso = V/AF = vendite/attivo fisso
E vediamo quanto il capitale fisso (le immobilizzazioni) dell’azienda ha contribuito alle vendite.
· Il secondo prende invece in considerazione l’altra parte del capitale investito, cioè il capitale circolante.
Rotazione del capitale circolante = V/AC = vendite/attivo circolante
Se il valore ricavato è interessante (positivamente o negativamente), c’è ancora la possibilità di un’ulteriore scomposizione di quest’ultimo indice per un’analisi di maggior dettaglio.
· Si può infatti scindere il capitale circolante nelle sue componenti, iniziando dai crediti.
Rotazione dei crediti verso clienti = V/C = vendite/crediti verso clienti
Esso definisce quante volte nel periodo considerato si è rinnovato l’intero portafoglio dei crediti commerciali. Da questo indice si può desumere per esempio come un risultato positivo sulle vendite possa nascondere un peggioramento del portafoglio clienti, dovuto al gonfiamento dei crediti incagliati o addirittura inesigibili.
· Inoltre, si può scindere l’indice di rotazione del capitale circolante in quest’altro indice economico che tiene conto delle scorte in magazzino.
Rotazione del magazzino = CV/S = costo del venduto/scorte
Che, indicando quante volte si rinnovano nel periodo le scorte, ci segnala l’eventuale verificarsi di situazioni indesiderate di “sovrascorta” all’interno del magazzino.
· Dagli indici di rotazione appena visti si possono ricavare (semplicemente invertendo i numeratori con i denominatori) i cosiddetti indici di durata media, riferiti al magazzino, ai crediti verso clienti e ai debiti verso fornitori.Vediamo subito l’indice di durata media del magazzino.
Durata media del magazzino = S/CV x 365 = scorte/costo del venduto x 365 giorni
Esso esprime i giorni di durata media delle scorte prima di un completo rinnovo del magazzino.
· Lo stesso ragionamento si può applicare ai crediti verso clienti.
Durata media dei crediti verso clienti = C/V x 365 = crediti v/clienti /vendite x 365
giorni
L’indice fornisce l’importante informazione della dilazione media accordata alla clientela in giorni.
· Stessa cosa per i debiti verso fornitori.
Durata media dei debiti verso fornitori = D/Ac x 365 = debiti v/fornitori/acquisti x 365 giorni
Che esprime, simmetricamente, la dilazione media riconosciuta dai fornitori in giorni.
Attraverso i ratios economici si dà una quantificazione delle funzionalità dell’impresa. Con gli indici patrimoniali si analizzano, invece, le caratteristiche strutturali dell’impresa, cioè le problematiche legate alla composizione della sua Situazione Patrimoniale.
Negli indici patrimoniali compaiono, sia al numeratore, sia al denominatore, valori tratti dal prospetto patrimoniale.
Occupiamoci prima delle fonti, ovvero della parte in cui sono evidenziate le passività dello Stato Patrimoniale riclassificato.
· Il primo indice che andiamo a descrivere è necessariamente quello che ci dà una misura della dipendenza da terzi finanziatori.
Grado di autonomia finanziaria = PN/P = patrimonio netto/totale passività
Questa grandezza indica quanta parte di 1 euro di finanziamenti proviene da mezzi propri (dei soci o dell’imprenditore) dell’azienda. Quindi, più è alto e più l’impresa si affida all’autofinanziamento per reperire i fondi da investire negli impieghi elencati tra le attività. Viceversa, più è basso e più l’impresa fa ricorso a fonti esterne per finanziare gli investimenti.
· Una volta appurato il grado di autonomia finanziaria o, se vogliamo, simmetricamente, quale complemento a 1 dell’indice di cui sopra, il grado di dipendenza finanziaria, può essere interessante rispondere alla seguente domanda: “quanta parte dei finanziamenti esterni deriva dall’indebitamento a breve?”
Grado di indebitamento corrente = PB/P = passivo corrente/totale passività
Che fornisce il peso dell’indebitamento a breve rispetto al totale delle fonti finanziarie. Vedremo, parlando degli indici finanziari, quanto può essere pericoloso un elevato indebitamento corrente, soprattutto per il fatto che esso va spesso a finanziare investimenti a lungo termine.
· Passando all’analisi del lato degli impieghi della Situazione Patrimoniale, vediamo l’indice che esprime il loro grado di elasticità.
Grado di elasticità degli impieghi = AC/A = attivo circolante/totale attività
Questo indice evidenzia il peso degli impieghi a breve rispetto al totale degli investimenti e quindi ci dice quanto è elastica la struttura attiva del patrimonio.
ANALISI E INDICI FINANZIARI – ANALISI PER MARGINI
L’analisi per margini ha lo scopo di accertare la corrispondenza della qualità delle fonti (attivo dello SP) a quella degli impieghi (passivo SP) ovvero la compatibilità tra le fonti e gli impieghi tenendo conto dei rispettivi tempi di pagamento e di riscossione e verificare l’esistenza o meno di un duraturo equilibrio finanziario tra entrate e uscite. Premettiamo che l’analisi per margini ha dei limiti consistenti nel fatto di consentire solo l’esame istantaneo, poco significativo, e quello temporale confrontando i dati di più bilanci dell’azienda.
Ritroviamo tre tipologie di analisi:
§ margine di struttura MS;
§ capitale circolante netto CCN;
§ margine di tesoreria MT
Vediamo i singoli indici.
· Margine di struttura rappresentato dalla differenza tra il capitale netto PN (al netto degli utili distribuiti o attribuiti a riserve), e il valore netto delle immobilizzazioni materiali AI. Questo margine oltre a verificare quanto il PN serva alla copertura delle AI, esprime le condizioni di equilibrio finanziario di lungo periodo ovvero la dimensione dei mezzi propri rispetto agli investimenti diciamo a lungo rientro e quindi a valutare il grado di capitalizzazione (adeguatezza mezzi propri). Se il suo valore è positivo si può fare affidamento su ulteriore indebitamento e quindi nuovi investimenti; se negativo significa carenza di mezzi propri, squilibrio finanziario e quindi limitata possibilità di una eventuale espansione autonoma.
MS = PN - AI
· Capitale circolante netto è misurato dalla differenza tra attività a breve e passività a breve (attività correnti AC – passività correnti PB). Esprime la quota di capitale di esercizio finanziata con risorse a disposizione dell’azienda in via stabile e permanente. Per questo rappresenta un importante condizione di equilibrio finanziario e patrimoniale nel breve e nel medio termine.
Ricordiamo: CCL = Magazzino + cassa + crediti = AC
CCN (finanziario) = CCL – fonti finanziarie a breve (PB) = AC - PB
· Margine di tesoreria è rappresentato dalla differenza tra le fonti durevoli di capitale proprio e di terzi e le attività fisse e le scorte.
MT = (AC – magazzino netto) – PB
Praticamente basta eliminare dal CCN il valore del magazzino netto
Segnala la capacità dell’azienda di far fronte agli impegni finanziari a breve con le sole disponibilità immediate e differite
Anche il margine di tesoreria, affinché ci possa essere un equilibrio finanziario, deve essere positivo (anche se nella pratica è tollerato un valore limitatamente negativo); se ciò non si verifica potrebbe accadere che in caso di richiesta di rimborso immediato dei debiti non si avrebbero i mezzi monetari per farvi fronte.
· Trasformando il margine di tesoreria, che è in valore assoluto, in un rapporto, ossia in un valore relativo, avremo:
Quoziente di tesoreria = (Li + Ld)/PB = (liquidità immediata + liquidità differita)/passivo corrente
Che ci dice quanta parte di 1 euro di impegni a breve siamo in grado di onorare con le disponibilità a breve dell’impresa.
· Analogamente, dal concetto di Margine di disponibilità (anche detto capitale circolante netto), che è dato dagli stessi termini del margine di tesoreria più le scorte (liquidità immediata e differita + scorte – passivo corrente, cioè in formula (Li + Ld + S) – PB), si ricava un valore della liquidità (o illiquidità) dell’impresa che tiene conto della possibilità di realizzo del magazzino (ovvero della possibile vendita a breve della merce immagazzinata), qualora ciò si rendesse necessario per adempiere gli impegni di prossima scadenza. Anche qui è possibile passare dal margine ad un ratios che ci è più familiare.
Quoziente di disponibilità = AC/PB = attivo circolante/passivo corrente
Ossia quanta parte di 1 euro di debiti a scadenza ravvicinata siamo in grado di pagare con la liquidità immediata e differita e con la vendita (sempre a breve chiaramente) delle scorte.
· Per concludere, il Margine di liquidità immediata, dà un’idea della situazione di liquidità aziendale prendendo in considerazione esclusivamente la liquidità monetaria (C/C bancario o postale e denaro in cassa) e i debiti correnti. La formula è Li – PB .
Quoziente di liquidità immediata = Li/PB = liquidità immediata/passivo corrente
E’ l’indice della liquidità monetaria dell’impresa, perché mostra quanta parte di 1 euro di debiti a breve possiamo saldare con le attività detenute in moneta.
ANALISI E INDICI DI PRODUTTIVITA’
Per comprendere appieno il concetto di produttività è opportuno ricordare alcune definizioni di economia politica.
Con il termine efficacia si misura quanta parte dell’obiettivo prefissato si è raggiunto.
Con il termine efficienza ci si riferisce, invece, al rapporto tra risultati raggiunti e mezzi impiegati. Quando si utilizza questo parametro nel processo produttivo, esso assume il più appropriato nome di produttività, perché al numeratore ci sarà la produzione ottenuta e al denominatore la quantità di fattore produttivo (capitale o lavoro) che è stato necessario impiegare per quella produzione. Di conseguenza, se, per esempio, la politica dell’impresa punta alla produzione, in un certo lasso di tempo, di mille unità di un determinato prodotto, sarà più produttiva la combinazione industriale che richiederà, per il raggiungimento di quel livello, meno operai o meno beni strumentali.
Chiarito il fondamentale concetto di produttività, andiamo a vedere gli indici che la quantificano.
· Il primo è riferito al fattore produttivo lavoro e prende pertanto in considerazione il numero di addetti, cioè non solo i dipendenti, ma anche gli occasionali, i soci lavoratori, i collaboratori e chiunque altro abbia partecipato alla produzione nel periodo considerato.
Ricavi medi per addetto = V/n. add. = vendite/numeri addetti
Ci dice quante vendite ha prodotto in media ciascun addetto.
· Anche il secondo indice di produttività fa riferimento al fattore lavoro e quindi al numero di addetti.
Risultato operativo per addetto = RO/n. add. = risultato operativo/numeri addetti
Esprime quanta parte del risultato della gestione caratteristica ha prodotto (in media) ogni addetto.
· Quest’altro indice prende invece in considerazione anche il fattore capitale, rappresentato dalle immobilizzazioni materiali e immateriali.
Cespiti per addetto = (AF – immob. finanz.)/n. add. = (attivo fisso – immob. finanziarie)/n. addetti
Indica la quantità di cespiti a disposizione di ciascun addetto. Non è propriamente un’espressione di produttività, bensì un metro del grado di “industrializzazione” dell’impresa. Per cui un elevato valore dell’indice è sinonimo di alta tecnologia ed automazione nel processo produttivo.
ANALISI PER FLUSSI (CASH FLOW)
L’analisi per indici e la considerazione dell’evoluzione nel tempo di tali indici non esaurisce le possibilità di “scandaglio” del Bilancio alla ricerca di dati circa l’andamento dell’impresa. Anche lo studio del cash flow, cioè l’analisi per flussi, di derivazione anglosassone, è uno strumento molto importante per conoscere meglio la situazione aziendale, allo scopo di correggerne le anomalie.
Esso ricostruisce il bilancio e quindi le vicende che lo hanno determinato partendo dai percorsi finanziari che hanno caratterizzato la gestione. Seguendo questi percorsi, il cash flow permette di evidenziare i punti di forza e le carenze dell’impresa, in quali, a volte, non vengono mostrati dalla tradizionale analisi per indici di cui abbiamo parlato.
L’analisi del cash flow poggia su questi pilastri:
a. I flussi sono le variazioni intervenute nelle voci patrimoniali dell’azienda, da un periodo all’altro. Per cui, se prendiamo in considerazione il Bilancio annuale, i flussi sono le variazioni intervenute tra le voci dello Stato Patrimoniale di un anno e quelle dello Stato Patrimoniale dell’anno successivo.
b. La Situazione Patrimoniale, dal punto di vista finanziario, non è più considerata come la contrapposizione di attività e passività, ma il collegamento interdipendente tra le Fonti (passività) e gli Impieghi (attività), delle quali si calcolano le variazioni.
c. Siccome il totale delle Fonti coincide sempre con il totale degli Impieghi, anche le variazioni delle voci di questi due aggregati dovranno sempre coincidere se sommate algebricamente (cioè rispettando il segno).
d. E’ attribuito il segno più (+) all’incremento delle Fonti ed il segno meno (–) all’incremento degli Impieghi. Parallelamente, è assegnato il segno meno (–) al decremento delle Fonti ed il segno più (+) alla diminuzione degli Impieghi.
e. Ci sono dei costi che per loro natura non producono flussi finanziari e che vanno quindi considerati come tali per avere la quadratura del cash flow con il Bilancio. I più importanti di essi sono gli ammortamenti, misurati nello Stato Patrimoniale dalla variazione dei fondi di ammortamento.
f. Le variazioni delle voci del Capitale Netto (Utile, Riserve e capitale sociale) possono essere sostituite dalla rilevazione dell’ultimo Utile (il valore, non la variazione), della variazione del capitale sociale e degli utili distribuiti nel periodo considerato (indicati con il segno meno).
Siamo ora pronti per sviluppare il prospetto del cash flow.
| Cash flow anno 2… | ||
| codice | voce patrimoniale | flusso finanz. |
| 1 | Utile d’esercizio 2… (R) | + 1.000 |
| 2 | variazione fondi ammortamento | + 70 |
| A | Cash flow potenziale (1 + 2) | + 1.070 |
|
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| 3 | variazione scorte | – 600 |
| 4 | variazione crediti verso clienti | – 130 |
| 5 | variazione debiti verso fornitori | + 290 |
| B | Flussi finanziari correnti (3 + 4 + 5) | – 440 |
|
| ||
| C | Flussi disponibili per uso strategico (A + B) | + 630 |
| 6 | variazione mutui passivi e altri finanziamenti non a breve | 0 |
| 7 | variazione capitale sociale | 0 |
| 8 | distribuzione utili nell’anno | – 200 |
| 9 | variazione immobilizzazioni tecniche | – 640 |
| D | Flussi utilizzati per uso strategico (6 + 7 + 8 + 9) | – 840 |
|
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| E | Avanzo (Fabbisogno) finanziario netto (C + D) utilizzato per (finanziato con) | – 210 |
| 10 | variazione depositi bancari e postali | + 15 |
| 11 | variazione finanziamenti a breve | + 195 |
Come si può vedere, il prospetto di cash flow fornisce una lettura della gestione dal punta di vista dei movimenti finanziari.
Ciò permette di comprendere aspetti tralasciati dall’analisi per indici. In particolare, nell’esempio riportato, vediamo che il cash flow potenziale, generato dalla gestione aziendale e indicato nella prima parte della tabella, ammonta a 1.070. Le restanti parti ci mostrano come questa disponibilità finanziaria viene impiegata. La variazione delle scorte e delle attività e passività commerciali riducono il cash flow potenziale, che rimane tuttavia beneficamente di segno positivo (+ 630). Questo importo è utilizzabile per le strategie imprenditoriali del management. Nell’esempio la direzione ha deciso di impiegarlo in larga parte per l’investimento in beni strumentali. Inoltre, si è potuto deliberare la distribuzione degli utili ai soci. Da queste operazioni è derivato un fabbisogno finanziario netto di 210, che è stato finanziato soprattutto facendo ricorso a finanziamenti a breve termine (per esempio con l’aumento dello scoperto di C/C).
VALUTAZIONE PER INDICI DI UN’IMPRESA DA PARTE DELLA BANCA PER UNA RICHIESTA DI FIDO
Vediamo ora come opera la banca allorquando deve valutare un’impresa allo scopo di affidarla. Facciamo innanzitutto presente che quanto si dirà è frutto di una semplice elaborazione a scopo didattico, per cui l’esempio riportato non corrisponde, per metodologie, valori e parametri utilizzati, alle effettive procedure di affidamento adottate da un particolare Istituto di credito.
Pervenuta all’Ufficio fidi della Banca una richiesta di prestito, esso provvede ad istruire la pratica di fido, allo scopo dichiarato di valutare l’azienda per verificarne il merito creditizio, cioè la probabilità di rimborso puntuale alla scadenza dell’eventuale somma accordata. E’ a questo punto che entra in gioco l’analisi per indici del Bilancio. Nell’istruttoria, infatti, si cercherà di determinare la situazione patrimoniale e finanziaria dell’impresa, nonché la sua capacità reddituale, essendo quest’ultima l’unica vera garanzia per il recupero del finanziamento erogato.
Ricordiamo che, prossimamente, la valutazione aziendale da parte della Banca assumerà anche un’altra funzione: quella dell’attribuzione del rating. Abbiamo accennato ampiamente nell’introduzione a come gli accordi di Basilea 2 potrebbero modificare profondamente il tradizionale rapporto Banca-Impresa, nel senso di un maggior controllo sull’andamento aziendale da parte della prima sulla seconda. Abbiamo anche detto come l’introduzione nel nostro ordinamento delle decisioni di Basilea 2 potrebbero provocare una forte stretta creditizia, a causa della rigidità cui le banche dovranno attenersi nel valutare l’Impresa, il suo andamento e la sua affidabilità creditizia. Tutto ciò comporterà forse un nuovo e molto più severo procedimento d’istruttoria dei fidi, teso ad attribuire all’azienda sottoposta a verifica il cosiddetto rating, ossia una valutazione complessiva della sua competitività, produttività, solidità, liquidità e redditività. Tale rating dovrà essere periodicamente revisionato per garantire alla Banca il probabile recupero dell’investimento effettuato sull’impresa. Quindi, solo le aziende veramente meritevoli potranno ricevere finanziamenti, le altre saranno inevitabilmente tagliate fuori dall’accesso al credito, da parte di tutto il sistema bancario.
Fatta questa importante premessa sull’importanza di avere un’impresa sana e competitiva, vediamo come la banca utilizza l’analisi per indici per valutare l’azienda richiedente il fido.
Laddove possibile, l’Istituto di credito chiede, in sede d’istruttoria del fido, gli ultimi tre Bilanci d’esercizio. In questo modo, l’analisi congiunta sui tre anni di gestione permette di cogliere l’importante dato informativo costituito dall’evoluzione nel tempo degli indici ricavati dalle voci di Bilancio.
E’ ovvio che gli importi indicati nei Bilanci devono essere veri e rispondenti alle scritture contabili dell’impresa. Qualora si riscontrino delle anomalie che facciano presumere l’esistenza di dati non corretti o palesemente errati, la banca procederà alle opportune rettifiche delle voci di Bilancio. Quest’operazione preliminare è fondamentale, perché, chiaramente, l’analisi condotta su dati inverosimili porta a risultati completamente lontani dalla realtà. Per esempio è frequente la svalutazione dei crediti, da parte della Banca, in quanto si rileva la presenza di una percentuale di questi divenuta ormai inesigibile, così come è d’uso la correzione delle rimanenze di magazzino indicate grossolanamente nell’attivo dello Stato Patrimoniale e, per variazione, nel Conto Economico.
Operati gli opportuni aggiustamenti delle voci di Bilancio, gli analisti bancari inizieranno a riclassificare i Bilanci forniti e, successivamente, calcoleranno gli indici (economici, patrimoniali, finanziari e di produttività) nel modo che abbiamo visto. E’ importante ribadire che gli indici dei tre anni saranno poi messi in ordine cronologico, per fornire una visione globale del trend (ascendente, discendente, costante o variabile) delle grandezze rilevate nel corso del periodo di riferimento.
Ma come viene attribuito il rating, ossia la valutazione finale, all’impresa analizzata?
Il procedimento per l’attribuzione del rating è sostanzialmente il seguente.
Nel nostro esempio ipotizziamo, per semplicità, di determinare un rating elementare (formato da 4 gradi di giudizio) e che gli indici calcolati sui Bilanci dell’impresa richiedente fido siano solamente i seguenti:
- ROE
- ROI
- ROS
- Rotazione del capitale investito
- Grado di autonomia finanziaria
- Quoziente di tesoreria
- Quoziente di disponibilità
- Quoziente di liquidità immediata
La prima operazione da fare è la media aritmetica, per i tre anni disponibili, dei valori di ciascun indice. Ovviamente c’è anche la possibilità di non poter contare su dati riguardanti un arco di tempo triennale, è il caso ad esempio di un’azienda appena costituita. In questo caso la banca lavorerà necessariamente sui valori riferiti agli esercizi esistenti, oppure rafforzerà le analisi e lo studio dei dati previsionali, tramite lo strumento del Business Plan, ovvero della programmazione preventiva (che è una traduzione molto riduttiva del significato di Business Plan).
Ottenute le medie temporali, si attribuisce ad ogni indice un giudizio numerico sulla base di una scala graduale di valori.
La tabella seguente chiarisce meglio il concetto.
| Peso di ponderazione | INDICE | giudizio | giudizio | giudizio | giudizio |
| 1 | ROE | < 0 | 0,00 – 0,10 | 0,11 – 0,20 | > 0,20 |
| 2 | ROI | < 0 | 0,00 – 0,10 | 0,11 – 0,20 | > 0,20 |
| 1 | ROS | < 0 | 0,00 – 0,05 | 0,06 – 0,10 | > 0,10 |
| 1 | Rotazione del capitale investito | < 0,50 | 0,50 – 1,00 | 1,01 – 2,00 | > 2,00 |
| 3 | Grado di autonomia finanziaria | < 0,15 | 0,15 – 0,25 | 0,26 – 0,35 | > 0,35 |
| 2 | Quoziente di tesoreria | < 0,80 | 0,80 – 0,90 | 0,91 – 1,00 | > 1,00 |
| 3 | Quoziente di disponibilità | < 1,00 | 1,00 – 1,40 | 1,41 – 1,80 | > 1,80 |
| 3 | Quoziente di liquidità immediata | < 0,05 | 0,05 – 0,15 | 0,16 – 0,25 | > 0,25 |
| totale 16 |
| ||||
| FASCE DI RISCHIO (RATING) | |||
| 0 – 1 | 1,01 – 2 | 2,01 – 3 | 3,01 – 4 |
| Rischio elevato | Rischio consistente | Rischio normale | Rischio basso |
NB: in evidenza con il colore azzurro le classi di valori corrispondenti alle medie triennali degli indici di Bilancio e la valutazione finale attribuita alla nostra ipotetica azienda.
La prima colonna elenca il peso di ponderazione degli indici, perché non tutti gli indici hanno la stessa rilevanza ai fini della valutazione del grado d’affidabilità dell’impresa. Generalmente le banche attribuiscono discrezionalmente pesi diversi agli indici, privilegiando come importanza gli indici che hanno al numeratore e denominatore voci del Patrimonio. Questo perché ritengono (giustamente) che i valori del Conto Economico siano spesso meno attendibili, in quanto artificiosamente “ritoccati” per motivi fiscali.
Una volta individuate le classi di valore in cui ricadono le medie triennali degli indici di Bilancio, non rimane che moltiplicare il singolo giudizio per il relativo peso (cosiddetta ponderazione) e dividere la sommatoria dei risultati ottenuti per il totale dei pesi. Il valore così calcolato è messo in relazione con una scala di giudizi (vedi sopra) che rappresentano la sintesi della valutazione complessiva dell’impresa, cioè il suo rating.
| INDICE | GIUDIZIO | PESO | GIUDIZIO X PESO |
| ROE | 3 | 1 | 3 |
| ROI | 2 | 2 | 4 |
| ROS | 1 | 1 | 1 |
| Rotazione del capitale investito | 2 | 1 | 2 |
| Grado di autonomia finanziaria | 1 | 3 | 3 |
| Quoziente di tesoreria | 2 | 2 | 4 |
| Quoziente di disponibilità | 2 | 3 | 6 |
| Quoziente di liquidità immediata | 1 | 3 | 3 |
| Totali |
| 16 | 26 |
| Rating = 26/16 = 1,625 (rischio consistente) | |||
Nel nostro esempio il valore di rating di 1,625 corrisponde al giudizio di rischio consistente (classe 1,01 – 2) e quindi evidenzia una situazione aziendale non meritevole di credito bancario. In siffatta ipotesi l’impresa difficilmente accederebbe al finanziamento richiesto.



Analisi di Bilancio